Mancini ha sottolineato come l’episodio colpisca “l’intera comunità” e imponga una “riflessione severa sulle condizioni in cui troppe persone sono costrette a vivere e lavorare. Bruciare vivi quattro ragazzi mentre tornano dal lavoro nei campi è un atto disumano che lacera la nostra coscienza collettiva: quanto accaduto non può essere considerato una fatalità, ma la manifestazione più crudele di un sistema che espone esseri umani a condizioni indegne, fino a trasformare un semplice rientro dal lavoro in una trappola mortale.
È il segno di un meccanismo che tollera lo sfruttamento, che accetta che il bisogno diventi schiavitù. Non possiamo più fingere di ignorare come vivono e lavorano migliaia di persone che sostengono la nostra agricoltura. Quando si arriva a morire così, bruciati vivi in un furgone fatiscente, significa che la soglia dell’umanità è stata superata.”
Da qui l’appello a un impegno immediato e condiviso: “È tempo di cancellare ogni zona grigia che alimenta il caporalato. Servono controlli veri, trasporti sicuri, alloggi dignitosi, filiere trasparenti. Ma soprattutto serve il coraggio di dire basta a un modello che si regge sulla vulnerabilità degli ultimi.
La memoria di questi quattro ragazzi – ha concluso Mancini - non può essere archiviata. La loro morte atroce deve diventare un impegno collettivo, affinché la Basilicata non diventi mai terra di sfruttamento e indifferenza.”
Regione Basilicata